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FIABE


Una giornata perfetta
Stella

Era una giornata perfetta, assolutamente perfetta. Il cielo era terso e il sole mi solleticava dolcemente la pelle del viso come una carezza, mentre appoggiata al davanzale della finestra, respiravo a pieni polmoni l’aria del mattino. Avevo stampato in faccia un sorriso ebete e mi sentivo davvero euforica. Con un tempo così, la festa sarebbe stata un assoluto successo. Controllai subito l’orologio. Erano le nove in punto, gli invitati sarebbero cominciati ad arrivare verso le dieci, dunque avevo un’oretta per prepararmi e assicurarmi che tutto fosse esattamente come lo desideravo. Richiusi la finestra e scesi dal letto. Mi tolsi il pigiama rosa a stelline azzurre che indossavo, il mio preferito, e dall’armadio presi una gruccia sulla quale era appeso l’abito che avevo chiesto, o meglio implorato, a mia madre di comprarmi per l’occasione. Era un vestito di seta rosa con delle spalline sottili, con due strisce di volant nella zona dove un giorno, forse, mi sarebbe cresciuto il seno. Una terza striscia di volant, più lunga delle altre due, andava ad annodarsi dietro la schiena per formare un grazioso fiocco. Il vestito terminava in una gonna liscia e morbida che mi arrivava appena sotto le ginocchia. Lo avevo scorto tre settimane fa in una vetrina, sulla strada che percorrevo con le amiche di ritorno da scuola. Ne eravamo restate tutte incantate, ma il prezzo era piuttosto scoraggiante. Non fosse stato per l’imminenza del mio giorno speciale e per le mie molte suppliche, mi sarebbe rimasta solo la possibilità di rimirarlo attraverso la vetrina.
Dopo averlo indossato, calzai un paio di ballerine bianche con un fiocchetto rosa sulle punte e andai a guardare il risultato nel grande specchio a parete posizionato tra la porta e la mia disordinatissima scrivania. Mi stava d’incanto, sembravo proprio una principessina delle favole. Le mie amiche mi avrebbero invidiata da morire.
Dopo essermi scambiata un compiaciuto cenno di assenso con la mia immagine riflessa, mi diressi verso la porta. Schiusi leggermente l’uscio per accertarmi, prima di uscire, che non ci fosse nessuno nel corridoio e constatato ciò, mi diressi in punta di piedi verso la porta del bagno. Non volevo incontrare nessuno finché non mi fossi lavata la faccia e spazzolata i capelli a dovere. Per quel giorno desideravo che tutti mi vedessero solo al meglio. Arrivata davanti alla porta del bagno afferrai la maniglia e l’abbassai lentamente perché non cigolasse. La porta si aprì con solo il rumore di un soffio. Ero già pronta a rilassarmi e a gongolare tra me e me quando una mano, passando sopra la mia testa, diede una spinta definitiva all’uscio spalancandolo completamente. Mio fratello mi scostò con un brusco spintone ed entrò a grandi passi nel bagno andando dritto al lavandino. Dopo aver versato una dose generosa di dentifricio sullo spazzolino iniziò a strofinarsi energicamente i denti. Sentii subito il sangue affluirmi alla testa per la rabbia, quello era il mio giorno e tutto sarebbe dovuto andare secondo i miei desideri.
«C’ero prima io!», dissi arrabbiata.
Mio fratello si girò verso di me e mi squadrò dalla testa ai piedi. Poi con la schiuma in bocca e senza smettere di spazzolarsi i denti mi disse:
«Sembri un’enorme meringa rosa».
Spalancai la bocca e sgranai gli occhi, troppo allibita per proferire parola, restai basita a guardarlo mentre, finito di lavarsi i denti, si asciugava la bocca con l’asciugamano e passandomi accanto se ne andava in camera sua chiudendosi la porta alle spalle.
Mentre cercavo di ricompormi, il suo gemello mi sgusciava accanto e si infilava a sua volta nel bagno chiudendocisi dentro a chiave.
«Ehi! Era mio il bagno!», dissi battendo con le mani sulla porta, fuori di me dalla rabbia.
Per tutta risposta ebbi solo lo scroscio dell’acqua della doccia che si apriva e la porta del box a vetri che si chiudeva con un suono sordo.
Di solito la domenica non si alzavano prima delle dieci e mezza, perché proprio oggi dovevano decidere di alzarsi prima?
L’euforia di pochi minuti prima era completamente scemata dal mio corpo. Cercai di calmarmi, non dovevo assolutamente farmi rovinare la giornata dalla prepotenza dei miei due fratelli.
Decisi allora di andare in cucina a fare colazione, amen per i capelli, ci avrei pensato dopo a sistemarli. In cucina trovai mia madre che riordinava delle stoviglie, si girò per vedere chi stesse entrando. Quando si accorse che si trattava di me, mi fece subito un gran sorriso e mi venne incontro per darmi un bacio e un abbraccio.
«Buon compleanno tesoro!».
«Grazie mamma». Mi crogiolai per un momento nel caldo tepore del suo abbraccio. Mi sentivo già meglio.
Quando ci staccammo, mia madre mi osservò inarcando un sopracciglio.
«Tesoro non era meglio se il vestito lo indossavi dopo aver fatto colazione?».
Ecco che il malumore già mi tornava. «No, lo voglio indossare per tutto il giorno». Che pensava? Che fossi una bambina piccola incapace di mangiare senza versarmi addosso metà di quello che mi portavo alla bocca?
Doveva aver intuito che non ero proprio di buon umore perché non insistette.
«Lì c’è già il tè pronto, qualche crêpes e la marmellata di ciliegie». Disse indicandomi il tavolo.
Mi sedetti, presi un piatto e iniziai a servirmi generosamente, spalmando le crêpe con abbondante marmellata. Il loro dolce sapore mi stava già rilassando, quando gli occhi mi caddero su un pacchetto di tovaglioli di carta bianchi a pois rossi.
«Dimmi che quelli non sono per la mia festa!».
«Direi di si. Al supermercato non ne avevano altri. Ho preso anche i piatti di plastica coordinati, non ti piacciono?».
«Stai scherzando! Sono orrendi!». Ora iniziavo io a vederci a pois rossi. Ecco, la mia festa sarebbe stata un disastro, tutti avrebbero sparlato dei miei tovagliolini e piattini kitsch.
«Ma che ti è saltato in mente?», dissi ad alta voce tutta accalorata, mentre mi sporgevo per afferrarne uno con foga.
Fu questione di un attimo. Urtai con il braccio il vasetto di marmellata che mi rovinò addosso, riversando il suo contenuto sul mio bell’abito nuovo.
Mi alzai di colpo inorridita. Il vasetto cadde dal mio grembo, finendo per schiantarsi sul pavimento in mille pezzi, schizzandomi anche le gambe e le scarpe di conserva rossa.
Per un tempo che sembrò eterno rimasi lì, muta con gli occhi sgranati a guardare il mio vestito completamente macchiato.
Mia madre, afferrato un canovaccio, iniziò a strofinarmi il vestito per rimuovere i grumi di marmellata.
«Accidenti, te lo avevo detto che era meglio se lo indossavi più tardi».
Non riuscivo a proferire parola, gli occhi mi si stavano riempiendo di lacrime.
«Guarda che disastro che hai combinato, ora è troppo tardi per provare a pulirlo, dovrai indossare qualcos’altro».
Ecco le parole magiche che fecero uscire dai miei occhi un torrente di lacrime. Mi sentivo terribilmente mortificata, delusa e amareggiata.
«Dai, vatti a cambiare, tra poco i tuoi invitati inizieranno ad arrivare», disse mia madre dandomi un colpetto sulla schiena.
Singhiozzando mi avviai a passi lenti verso la mia camera. Il fatto che mi avesse trattata con delicatezza invece di sgridarmi, mi faceva sentire ancora peggio.
Se mi avesse ripresa mi sarei potuta sentire offesa. Mi sarei intestardita che tutto era successo a causa sua perché aveva comprato dei bruttissimi tovaglioli. Avrei potuto riversare su di lei tutta la mia amarezza. In questo modo invece non avevo nessun altro su cui scaricare la responsabilità dell’accaduto, solo su me stessa. Mi ero arrabbiata per degli insignificanti tovaglioli di carta e così avevo rovinato il mio vestito nuovo. Avrei voluto suscitare l’invidia delle mie amiche, avrei voluto essere ammirata, accidenti mi sentivo così delusa.
Iniziai a rovistare nel mio guardaroba vedendo si e no i capi che spostavo, perché le lacrime ancora non davano segno di voler smettere di sgorgare a pieno regime.
Niente stava andando come avevo programmato, la mia giornata perfetta si stava trasformando in un completo disastro. Avrei voluto annullare tutto, chiamare gli invitati e dirgli che la festa era saltata. Chiudermi nella mia camera per il resto dalle giornata a piangermi addosso. Ma ormai era troppo tardi. Entro una mezz’ora i miei amici sarebbero arrivati. Afferrai un paio di jeans e una t-shirt azzurra. Non avevo più voglia di mettermi in ghingheri. Buttai il vestito rosa nel cesto della biancheria sporca e mi vestii con le mie nuove scelte. Andai nel bagno, finalmente libero, a lavarmi la faccia. Mi pettinai i capelli in una comoda coda di cavallo e svogliatamente ritornai in cucina per dare una mano a mia madre. Il pavimento era già stato ripulito del disastro che avevo combinato e mia madre stava sfornando dei panini caldi ripieni di formaggio filante.
«Porta fuori quel vassoio», mi disse, indicandomi con un cenno della testa un portavivande stracolmo di tramezzini.
Lo afferrai senza dire niente e mi avviai in cortile. Fuori c’era uno dei miei fratelli che sistemava sedie e tavoli lungo il perimetro del pergolato. Al centro era stato sistemato un lungo banco strapieno di bibite e vivande. In mezzo a ogni tavolino spiccava una piccola composizione di boccioli bianchi e rossi che facevano pendant con i tovaglioli e i piattini a pois. Il risultato era molto grazioso e allegro, per niente kitsch. Mi sentii ancora più male per aver inveito a quel modo con mia madre. Era chiaro che si era data davvero un gran daffare perché tutto fosse perfetto. In quel momento vidi l’altro mio fratello entrare dalla porta principale con in mano una scatola per torte della migliore pasticceria della città e la andava a posare sul tavolo della cucina.
«Hanno detto di tenerla già fuori dal freezer, così si ammorbidisce al punto giusto», disse rivolgendosi a mia madre.
«Ottimo, hanno messo i fiorellini di marzapane rosa?», chiese lei mentre scartava la confezione. Dentro c’era una meringata magnifica, minuziosamente decorata; la mia torta preferita.
Ecco perché i due poltroni dei miei fratelli si erano alzati prima del solito. Per dare una mano nella preparazione della festa. E io che avevo pensato solo a me stessa, lasciando tutta l’incombenza del lavoro a mia madre. Uscendo dalla cucina mio fratello mi passò accanto dandomi un buffetto sulla testa.
«Meno male che ti sei cambiata, così ti potrai godere di più la tua festa».
Non capii cosa volesse dire, così mi limitai a guardarlo di sfuggita senza aprire bocca. In quel momento suonò il campanello, i primi invitati erano arrivati.
Nel giro di venti minuti la casa straripava di persone. I genitori di alcuni miei amici chiacchieravano sorseggiando prosecco in un angolo del pergolato, mentre con la coda dell’occhio controllavano che nessuno dei pargoli eccedesse in dimostrazioni di entusiasmo finendo per combinare qualche pasticcio.
I miei due fratelli facevano da direttori dei giochi tenendoci tutti il più impegnati possibile. Avevano preparato un sacco di passatempi divertenti. A me non era decisamente venuto in mente di pensare a come intrattenere i miei ospiti. Guardai i miei due fratelloni e provai per loro un grandissimo affetto e tanta gratitudine.
Quando erano arrivati i primi invitati avevo sfoggiato un sorriso forzato per non essere scortese, ma ben presto, presa dai giochi, si era tramutato in un sorriso autentico, dimentica di cosa mi avesse messa di malumore, mi stavo divertendo davvero moltissimo.
In quel momento mi accorsi di come erano sporchi i miei abiti. Giocando, incurante dei miei vestiti, ero spesso ruzzolata nell’erba e avevo fatto molti capitomboli cercando con le amiche di imitare le giravolte delle ballerine di danza classica. Guardai intorno i miei compagni. I loro vestiti erano malconci esattamente come i miei, lerci di erba, terra e di cibi non bene identificati. Capii allora cosa avesse voluto dire mio fratello. Se avessi indossato un abito elegante, per tutto il tempo mi sarei preoccupata di non sgualcirlo e sporcarlo, mi sarei rovinata la festa. Interessata a fare la principessina, sarei rimasta a fare la bella statuina senza poter prendere parte ai giochi. Mi sarei persa la mia stessa festa.
Nel tardo pomeriggio, quando gli animi si erano ormai calmati e la festa si apprestava a giungere alla sua conclusione, mi sedetti a riposare con le amiche intorno ad un tavolo, smangiucchiando gli ultimi bocconi rimasti della torta. Ero esausta, ma felice e appagata. Mentre mi impiastricciavo la t-shirt di briciole di meringa, le mie amiche mi posarono dinanzi un pacchetto bianco con un bel fiocco di raso in cima; il loro regalo per il mio compleanno. Sorridendo mi apprestai a scartarlo e loro presero a scrutarmi con trepidante attesa. Quando vidi la scatola che conteneva e vi lessi stampato il nome di un noto negozio del centro, sapevo già di cosa si trattava, senza bisogno di aprire il coperchio, scostare la carta velina e toccare i morbidi volant di seta rosa.
Non ci potevo credere. Gli occhi mi si riempirono di lacrime.
«Ci era sembrato che ti piacesse tanto quando lo abbiamo visto nella vetrina, così abbiamo fatto una colletta tra di noi per riuscire a comprarlo per il tuo compleanno. E’ un po’ da principessina, ma secondo noi ti starà d’incanto».
E io che avevo tanto insistito con mia madre per comprarmi quello stesso abito e indossarlo per suscitare in loro invidia e ammirazione. Che sciocca. Che meschina. Le mie amiche invece, vedendo quanto mi piacesse, avevano messo insieme i loro risparmi per regalarmelo e vedermi felice.
In quel momento ringraziai la marmellata di ciliegie. Se lo avessi avuto indosso avrei rovinato la sorpresa che le mie amiche mi avevano fatto col cuore. Mentre due lacrime di commozione mi rigavano le guance, le strinsi tutte in un abbraccio di gruppo. Mi avevano appena dato una bella lezione che non avrei di sicuro mai dimenticato. Alzando gli occhi vidi i miei genitori che, abbracciati, sorridevano osservando la scena. Mi scambiai un sorriso e uno sguardo complice con mia madre. Poi lei si girò a salutare due signore che se ne stavano andando.
Quel giorno avevo compiuto un anno in più e mi sembrava, alla fine di quella lunga giornata, di essere un po’ più matura e un po’ meno superficiale, grazie alle persone che avevo intorno che, senza tante parole, ma solo con le loro azioni, mi avevano lasciato dei grandi insegnamenti.
Non so se esiste nella vita di un individuo una giornata dove tutto proceda come lui l’ha pianificata, e di sicuro non saprei come definirla; ma ora so che quando a regolarne il suo andamento è l’amore, allora quella, quella è una giornata perfetta.



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